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Convegno di Studi
CONVEGNO DI STUDIO
Auditorium NICOLA FUSCONI
(Tolentino, 13/9/2007)
P. AGOSTINO TRAPÈ O.S.A. (1915-1987)
a 20 anni dalla morte
MARZIANO RONDINA: L’ agostinismo di Padre Agostino Trapè
Introduzione
In questi venti anni trascorsi dalla morte del padre Agostino Trapè noi agostiniani abbiamo avuto diverse occasioni di ricordarlo ricorrendo al suo patrimonio spirituale e culturale nella ricerca di un aiuto, sempre prezioso e spesso urgente, nel condurre la nostra non facile recente storia.
Quella che stiamo vivendo oggi è una celebrazione o commemorazione che si impone per alcuni elementi particolari, come ben evidenzia il programma della giornata, e soprattutto per la nostra comune convinzione che la storia di padre Trapè non va nè taciuta né dimenticata e la sua testimonianza di uomo, di cristiano, di religioso agostiniano e di sacerdote ci dà molteplici motivi di gratitudine al Signore per il dono della sua presenza e ora, pensiamo, di trovare anche sufficienti ragioni di invocare la sua intercessione.
Padre Trapè è stato un uomo che ha saputo vivere, lavorando e donandosi in maniera superlativa, offrendo testimonianza dei grandi valori della vita. E, cosa davvero non trascurabile per una vera dimensione sapienziale dell’umana esistenza, ha saputo affrontare i limiti della condizione mortale nell’inevitabile esperienza della malattia e, al momento stabilito, ha dimostrato di essersi ben preparato al grande passaggio gestendo, in qualche modo, il suo stesso morire.
Preziose lezioni che non dovremmo trascurare.
Non posso esimermi dal riferire, al proposito, una testimonianza personale.
Mi capitò di andarlo a trovare il giorno seguente a quello nel quale aveva ricevuto il sacramento della santa Unzione degli ammalati. Personalmente non ero al corrente della cosa. Infatti non c’era ancora un immediato pericolo, padre Trapè poteva ancora lavorare, ma evidentemente preferì, in grande serenità, prendersi il suo tempo. Lo trovai nel suo studio intento ai suoi consueti impegni. Entrato mi accolse e salutò con il calore e l’affetto di sempre.
Cominciando a parlare subito mi disse: “Sai, ieri ho ricevuto, con molto piacere, e sottolineò con particolare accento quel ‘molto’, il sacramento della santa Unzione”. E, dopo una breve pausa, aggiunse: “Anche se sò molto bene quello che significa”. Fui sorpreso della notizia, molto più rimasi ammirato della sua serena lucidità… e continuammo a parlare.
Al momento della sua partenza tutti ci siamo ben accorti chi fosse per noi padre Trapè e quale eredità ci lasciava. Tra i tanti suoi doni, certamente dobbiamo riconoscere il frutto della sua esperienza, della sua cultura e, naturalmente, della sua testimonianza religiosa e spirituale. Un significativo documento di questa preziosa eredità l’abbiamo in un singolare scritto che possiamo senz’altro ritenere il suo testamento spirituale.
Si tratta di cinque preghiere (i titoli in successione sono: Signore, insegnami a pregare, a ringraziare, a invecchiare, a soffrire, a morire). Brevi testi che si contengono in un modesto fascicoletto, già più volte stampato, e che continua a diffondere frutti di vera sapienza a vantaggio di chiunque li trova e li legge. Cito dall’ultima preghiera che porta il titolo: Signore, insegnami a morire:
“Quando i miei pensieri saranno languidi e confusi, lo sguardo assente e lontano dalle cose… e solo il cuore batterà ancora ma sempre più piano, accogli, Signore, quei battiti come la sintesi di tutta la mia vita e di tutto l’amore che vi hai ispirato”.
Su Padre Trapè si sono dette tante cose e molte altre se ne possono dire perché la sua personalità, solida e poliedrica, ben si presta a valutazioni e commenti.
Per questa occasione mi è stato chiesto di parlare del suo “agostinismo”.
Lo faccio volentieri per tanti motivi che mi legano alla sua persona, non esclusi rapporti di sincera amicizia della quale, per sua bontà, mi ha onorato, nonostante il divario di età e di maturità, offrendomi l’opportunità di raccogliere anche alcune sue preziose confidenze.
Lo conobbi fin dai primi anni della mia esperienza tra gli agostiniani. Da novizio e da professo, attraverso i miei formatori e superiori, ho avuto modo di apprezzarlo con più cognizione di causa. Andando a Roma, e vivendo nel Collegio Internazionale “Santa Monica”, quando lui ricopriva la carica di Priore Generale, ebbi più occasioni di sentirlo e di contattarlo.
Lo ebbi come professore, nei corsi di Teologia e di Patristica, relatore della mia tesi di Laurea all’Università Lateranense. Mi volle sue assistente per un corso sul De Civitate Dei all’Augustinianum, mi chiamò a collaborare nella segreteria del Convegno del 1986 per il XVII° centenario della Conversione di sant’Agostino e mi introdusse a tenere conferenze dandomi lui stesso degli incarichi. In molte occasione mi manifestò la sua vicinanza e la sua premura offrendomi preziosi consigli nei diversi impegni che mi venivano affidati.
L’argomento affidatomi non è dei più facili in quanto si tratta di esporre, in poco tempo, una tematica estesa e variegata, sia in se stessa, sia nel rapporto con un personaggio della levatura di Padre Trapè.
Trattare dell’agostinismo di Agostino Trapè, infatti, vuol dire ricercare e mettere in risalto la sua fondamentale esperienza culturale, non solo come sua competenza specifica, ma anche come ambito del suo studio e motivo della sua notorietà di uomo studioso e saggio.
L’agostinismo, come termine non meglio specificato, ci richiama subito un rapporto con Sant’Agostino e il suo influsso nella cultura.
L’accostamento tra il tema dell’agostinismo e il padre Trapè, però, impone subito una prima precisazione che spinge a diffonderci su tre livelli di ricerca. Anzitutto Trapè come studioso della figura disant’Agostino, poi come studioso dell’influsso che S. Agostino, lungo i secoli, ha esercitato sulla cultura, soprattutto filosofica e teologica, e, infine, lo studioso di quella che si suole dire “cultura agostiniana” intendendo includere in questa dicitura lo studio delle manifestazioni culturali e spirituali prodotte dall’Ordine Agostiniano, in quanto tale, nella varietà delle sue espressioni storiche, letterarie, artistiche e, non ultime, agiografiche. Il padre Agostino, come vedremo, è ben presente e coinvolto in tutti questi tre livelli che risalgono, in ultimo termine, alla persona, alla storia e all’eredità lasciataci del Vescovo di Ippona.
1. Padre Trapè e Sant’Agostino
Sant’Agostino, come persona e come testimone di valori e di esperienze, è stato il grande amore di Trapè. Potremmo dire, senza esagerare, una vera passione che, da sempre, lo ha inebriato, lo ha fatto lavorare sodo, addirittura sgobbare, che gli ha dato grandi soddisfazioni, pesanti responsabilità e anche qualche trepidazione. Cito una testimonianza: “Padre Trapè confessava che Sant’Agostino è stato in un certo senso l’artefice della sua scelta vocazionale e dei suoi amori: Cristo, la Chiesa, la vita religiosa. Imparò da Agostino l’amore per Cristo e lo pose al centro della fede, della pietà, della morale, della teologia, della filosofia (C. Cremona, p. 149).
Per molti egli appariva, e senz’altro lo era, il riferimento sicuro e autorevole per ascoltare la parola e l’interpretazione definitiva di S. Agostino su tante questioni del nostro tempo.
Le testimonianze che ci hanno lasciato quelli che lo hanno ben conosciuto, per averlo avuto confratello, collega, amico o maestro, coincidono su questo punto offrendoci una ampia serie di espliciti e lusinghieri giudizi di valutazione (C. Cremona, da p. 180 a p. 213).
Una prima e icontestabile affermazione: conosceva sant’Agostino nella vastità delle sue opere, nella lingua originale del suo non sempre facile latino. Aveva letto e riletto i suoi scritti cominciando questa impresa da ragazzo e continuandola per tutta la vita. Sapeva citarlo, con precisione e competenza, in lunghi e numerosi brani, spesso anche a memoria; capacissimo di confrontarlo e raffrontarlo nelle varie opere e anche nella evoluzione del suo pensiero; soprattutto sapeva farlo gustare e amare.
Le sue lezioni, le sue conferenze, i suoi scritti spingevano ad andare a leggerlo e rileggerlo e, soprattutto, a lasciarsi innamorare. Era sempre un elevato piacere ascoltarlo. Mi sono adoperato personalmente per farlo parlare a professori e studenti nelle Università di Macerata e di Urbino. Le presentazione che, in tali occasioni, facevano autorevoli docenti o lo stesso rettore, come pure i ringraziamenti conclusivi, mostravano chiaramente l’entusiasmo che Trapè sapeva suscitare anche negli ascoltatori più introdotti ed esigenti.
Usava le venerande e belle edizioni antiche, in folio, che sucitavano in lui la percezione di contattare qualcosa di sacro, si direbbe quasi di sacramentale, nel senso che ciò che attingevano i sensi produceva un singolare effetto nel suo spirito.
Quando si entrava nel suo studio lo si sorprendeva sempre alle prese con più tomi alla ricerca di una espressione completa e di una affermazione precisa o di un approfondimento dottrinale.
Era sempre aggiornatissimo su ciò che si scriveva, attento all’uso dei testi, pronto a commentare e, all’occorrenza, a controbattere. A noi suoi studenti raccomandava che Agostino va commentato con Agostino, che Agostino va conosciuto tutto e che le sue affermazioni devono essere collocate nel preciso testo e contesto nel quale erano nate uscendo dalle sue labbra o dalla sua penna.
E quando gli veniva a tiro l’occasione di rifarsi, con acuta e compiaciuta polemica, nei confronti di chi dava valutazioni sommarie, improprie o addirittura errate, non si lasciava posare la mosca sul naso. Come quando si sentì riferire da uno studente che il suo professore di filosofia aveva detto a scuola che Sant’Agostino non era un filosofo, semmai era un poeta. Egli, senza scomporsi rispondeva argutamente allo studente: “Caro giovanotto, dica pure al suo professore che sant’Agostino è anche poeta”.
Di sant’Agostino conosceva la vita, e non solo nella successione biografico-cronologica, come ha egregiamente dimostrato scrivendone più volte la storia, ma come itinerario nei livelli esistenziale, culturale e spirituale. Soprattutto il suo livello filosofico, teologico e monastico, come è ben comprensibile, dopo tanto studio, quasi cinquant’anni di insegnamento, dopo la pubblicazione di studi e saggi, soprattutto dopo la ciclopica fatica ed eccezionale esperienza culturale fatta con la pubblicazione dell’Opera Omnia di sant’Agostino in edizione bilingue.
Al proposito l’ho sentito con le mie orecchie dire più volte: “Tante volte, fin da quando ero giovane, ho chiesto a Dio di poter mettere mano a questa impresa, il Signore me lo ha concesso, mi ha fatto toccare gran parte dell’opera felicemente realizzata… chiedergli di vederla finita mi sembra un po’ troppo”.
Seguiva con premura e competenza ogni volume che usciva. Per le opere che più gli stavano a cuore è riuscito, con un assiduo lavoro che gli occupava lunghe notti, a preparare le sue magistrali introduzioni dalle quali è facile evincere quanto sapesse di sant’Agostino e cosa rappresentasse Agostino per lui.
Su sant’Agostino si era costruito un solido schema che toccava tutti i temi da lui trattati. Ripercorrerli costituisce un efficace concentrato di quella sapienza che riassume le opere di sant’Agostino e di quel metodo didattico sul quale PadreTrapè era un maestro insuperabile.
Quanto a filosofia: Il grande problema ragione e fede. Le fonti della filosofia cristiana. I grandi principi. I grandi temi Dio e l’uomo. Le grandi soluzioni: la creazione, l’illuminazione, la beatitudine. La legge eterna. Le due città.
Quanto a teologia: Come Sant’Agostino ha fatto teologia. Cristo Dio-uomo. Cristo rivelatore del Padre e datore dello Spirito. Il Cristo redentore. Il Cristo mediatore al Padre. Il Cristo totale. Il Cristo santificatore. Il Cristo glorificatore (Agostino Trapè, Introduzione generale...da p. 376 a p. 377).
Molte persone, stupite e ammirate dal modo, documentato, spigliato e brillante con cui parlava del santo Dottore, gli domandavano il perché di tanto zelo e da dove nascesse tanto amore. Un giorno padre Trapè si decise a dare una sincera e convincente risposta. Presa carta e penna, con lucidità e determinazione, scrisse questi sei punti attraverso i quali, ancora oggi, vibra in noi il suo grande cuore di agostiniano.
Amo Sant’Agostino:
- Perché fu un assetato di Dio e ci aiuta a cercarlo, conoscerlo, amarlo.
- Perché fu un innamorato di Cristo e ci aiuta a scrutare i tesori di scienza e di sapienza nascosti in lui.
- Perché fu un amante della Chiesa e ci insegna a servirla con generosità, sacrificio, intelligenza.
- Perché fu un grande mistico e ci insegna a salire in alto, molto in alto, nell’ascesa interiore.
- Perché amò, studiò, meditò, senza posa, la Scrittura e ci aiuta a capirla, ad amarla, a nutrircene.
- Perché ebbe la facoltà singolare di esprimerne la sua personale esperienza.
Vien da dire veramente: bravo, padre Trapè! Non solo per quel che dice, con una stupenda sintesi, della grandezza del Dottore d’Ippona, ma perché, mentre si ascoltano queste lucide e sintetiche affermazioni, ci è dato capire il suo animo e in esso l’esperienza più profonda della sua cultura e della sua spiritualità, elementi per i quali il padre Trapè ci appare veramente grande e soprattutto gioiosamente contagioso, come se ne accorgevano sempre i suoi ascoltatori, soprattutto i giovani, tra i quali, grazie a Dio, per un po’ di tempo ci siamo stati anche diversi di noi.
Tra le realizzazioni che rimangono legate al nome di Padre Trapè e al servizio di S. Agostino c’è l’Istituto Patristico Augustinianum.
Era un antico sogno che giungeva dopo una serie di realizzazioni e conquiste nelle quali il padre Trapè si era trovato principale protagonista da quando, agli inizi degli anni quaranta, i superiori, confidando nelle sue capacità e nel suo zelo, gli affidarono il compito di far risorgere l’antico e glorioso Studio Agostiniano di Roma su quello che nel momento era il Collegio Internazionale di Santa Monica, per gli studenti professi di varie parte del mondo inviati a Roma a completare, anche con i gradi accademici, i loro studi e per formarsi, come religiosi e sacerdoti, al centro della cristianità e dell’Ordine.
Ormai i tempi erano maturi, la spinta del Concilio, con il recupero della Tradizione e della Patristica, motivava più ancora il progetto, i vari passaggi burocratici erano completi e gli agostiniani a Roma si mostrarono preparati, grazie a un forte e coraggioso drappello di uomini, Goessmann, Gutierrez, Gavigan, Grech, lo stesso Trapè, alcuni confratelli spagnoli e altri più giovani che si andavano affermando. Tutte persone che univano la competenza culturale, al prestigio personale e allo zelo agostiniano, acquistandosi meriti scientifico-accademici e stima dalle autorità ecclesiastiche e dalle università romane.
La realizzazione materiale dell’edificio dell’Augustinianum tocca profondamente la molla emotiva dei miei ricordi perché coincide con gli inizi della mia presenza, come studente di teologia, a Roma. Ho visto, mattone su mattone, svilupparsi l’ampia e articolata costruzione che veniva collocata nello spazio tra l’edificio della Curia Generalizia e il Collegio Internazionale di Santa Monica, sacrificando il residuo terreno adibito, insieme, a orto e giardino. Avevo la mia camera sull’ultimo piano del Collegio tra quelle rivolte verso la Curia e così, per i primi anni di studio a Roma, avevo la visione della enorme grù che permetteva lo spostamento e l’elevazione del materiale edile. Ricordo, che quando noi studenti provenienti dallo Studio agostiniano di Bologna ricevemmo i nostri pesanti bauli li potemmo avere facilmente nelle nostre camere, al quarto piano, grazie all’impiego della stessa grù che ce li portò sul terrazzo sovrastante la Cappella interna del professorio.
Il padre Trapè, allora era Priore Generale dell’Ordine, ogni giorno seguiva, con evidente premura, l’avanzamento dei lavori. Specialmente nella ricreazione del dopo pranzo, lo vedevamo salire, con i suoi più stretti collaboratori, sul terrazzo della Curia mentre noi studenti, anche noi a ricreazione, eravamo a fronte sul terrazzo del Collegio Internazionale. Lui, come ci vedeva, non mancava mai di salutarci con il suo compiacente e ampio gesto della mano, visibilmente ben soddisfatto, quasi a dichiararci che tutto quanto ammiravamo era un suo dono e una sua morale consegna per noi giovani agostiniani.
La conclusione dei nostri studi istituzionali coincideva con gli inzi dei corsi accademici dell’Istituto Patristico. Per cui il gruppo della mia classe fu subito inserito, direi quasi precettato, in tali corsi offrendoci una interessante esperienza con i primi professori del Patristicum,alcuni agostiniani e gli altri provenienti dalle varie università romane.
Ricevemmo così le primizie di quella nuova istituzione accademica. Ricordo la soddiffazione con cui, il 15 giugno 1971, già conseguita la Licenza in Teologia, potei avere in mano un ulteriore diploma accademico “in theologia et scientiis patristicis” firmato dal P. Agostino Trapè, come Priore Generale, oltre che dal Gran Cancelliere del Laterano.
2. Padre Trapè e l’agostinismo
Sant’Agostino è uno di quei personaggi che ha trasbordato il suo ambiente, la sua epoca ed è divenuto testimone dell’umanità, quindi appartiene a tutti. Di conseguenza tutti i grandi pensatori si sono dovuti incontrare, o scontrare, con lui. Molti saggi, interi movimenti di pensiero e di cultura si sono schierati con lui sposando le sue tesi e adottando le sue soluzioni. Si è formato così il fenomeno culturale, detto appunto agostinismo, in quanto registra e documenta come Agostino di Ippona sia continuamente riemerso nel pensiero e nella storia.
Poiché Agostino d’Ippona non ha lasciato il suo forte segno solo sulla storia della dottrina e del dogma cattolico ma anche in tutta la cultura occidendale, e particolarmente in quella europea e quella fiorita attorno al bacino del meditteraneo, di lui necessariamente si tratta e si parla molto al di là degli ambienti strettamente teologici e cattolici.
Questo non meraviglia se teniamo presente che il suo autorevole pensiero ha spaziato entro i principali temi della vita e, prima ancora, sui meccanismi e potenzialità dell’animo umano; d’altronde il suo acume e la sua impressionante capacità di indagine hanno toccato i vertici del pensiero speculativo.
Nei periodi che vanno sotto il nome di età di mezzo o poi in quello che diciamo l’evo moderno è facile constatare come le fasi principali dello sviluppo delle tematiche agostiniane ci consentono di ripercorrere la storia di gran parte della cultura e del pensiero cristiano.
Si tenga conto che, dal secolo decimo in poi, i testi di Agostino furono considerati come i principali riferimenti culturali. Soprattutto il De civitate Dei che, come dice il nostro miglior studioso del movimento politico agostiniano, il P. Ugo Mariani: “divenne la carta fondamentale della Chiesa nella sua missione sociale ed alcune teorie del dottore africano influirono potentemente sulla letteratura politica dell’età di mezzo”.
E ancora: Al vescovo d’Ippona si rivolsero, come al più grande dei padri della Chiesa, i dottori e i santi, nemici della dialettica, che si raggruppavano intorno a Gregorio VII nel tentativo vigoroso di liberare la Chiesa dalla tutela degli imperatori . A lui appellarono i maestri dei secoli seguenti che portarono, come Anselmo ed Abelardo, la dialettica nel cuore stesso della più alta speculazione teologica. Sino ai primi decenni del tredicesimo secolo, Agostino dominò, senza contestazione, nelle scuole dell’Occidente cristiano (Ugo Mariani, col. 504).
Ritengo utile ricordare, al fine di offrire la giusta valutazione di quanto si sta dicendo, le caratteristiche di tale impostazione di pensiero che ha raccolto la simpatia e la convinzione di tanti pensatori e di intere scuole di pensiero:
- Rifiuto di una distinzione formale tra filosofia e teologia, cioè tra l’ordine delle verità razionali e quello della verità rivelata.
- Primato della volontà sull’intelligenza e quindi della vita affettiva su quella intellettuale (siamo nel cuore che caratterizza la scuola filosofico-teologica dei maestri agostiniani).
- Necessità che alcuni atti intellettuali dell’uomo siano prevenuti da una azione illuminatrice da parte di Dio.
- Attualità positiva, per quanto infima ed embrionale, della materia prima, indipendentemente da ogni forma sostanziale.
- Presenza nella materia di principi o rationes seminales delle cose.
- Ilemorfismo universale.
- Molteplicità delle forme negli esseri contingenti, principalmente nell’uomo.
- Individuazione dell’anima per virtù propria, specialmente nell’uomo. Non in conseguenza dell’unione con il corpo.
- Identità dell’anima con le sue facoltà.
- Impossibilità della creazione del mondo ab eterno.
L’agostinismo nei vari secoli ha perseguito sempre una visione agostiniana del pensiero e della realtà che possiamo ben riconoscere in questa bella sintesi del P. Ugo Mariani:“La filosofia di Agostino va dal mondo e dall’anima all’Essere Supremo, cioè dall’esteriore all’interiore e dall’interiore al superiore. Essa persegue sempre fini pratici e non astrae la speculazione dall’azione. Non l’intelligenza, come tale, della verità, ma il possesso beatificante di Dio è lo scopo ultimo delle sue ricerche” (U. Mariani, col. 508).
Padre Trapè era ben consapevole di questa linea e lui stesso l’ha approfondita, proposta e difesa sempre ma soprattutto negli scritti specifici su questo argomento. E sono decine e decine di scritti pubblicati come è facile riscontrare negli elenchi bibliografici che lo riguardano e in più parte riportati (Carlo Cremona, pp. 231-247).
Se, come si sente più volte affermare anche autorevolemente, tutti i veri pensatori sono un po’ discepoli di sant’Agostino, se questo saggio lo possiamo considerare tra i grandi che hanno costruito l’autentica cultura universale, se il suo è definito un decisivo contributo quando si parla dei principali elementi che costituiscono l’unità culturale dell’Europa, se le sue opere sono ancora pubblicate e lette, se ogni giorno, in qualche parte del mondo, esce almeno uno studio sul suo pensiero… questo perché è difficile, vorrei dire impossibile, trattare dei grandi temi della vita e dell’umanità senza tener conto della sua presenza nella storia.
Ovviamente l’agostinismo ha un rilievo e un significato tutto particolare nella storia, sette volte centenaria, della Scuola Filosofica e Teologica degli Eremiti di S. Agostino, di quello cioè che oggi si chiama Ordine di S. Agostino.
Nell’ultimo secolo è ripreso l’interesse per questo settore della cultura, sono usciti anche importanti studi. Tra i personaggi benemeriti di questo riscoperto movimento va riconosciuto in prima linea il P. Agostino Trapè.
Chiunque ha studiato il grande patrimonio culturale e carismatico della Scuola teologica agostiniana sa che in quei testi c’è il meglio della fecondità culturale del nostro Ordine. Naturalmente in questo caso quando, per comodità, si dice “Scuola teologica” tutti sanno che la dicitura contiene anche altri evidenti e connessi livelli quali il filosofico, lo spirituale e, naturalmente, anche il letterario e perfino l’artistico.
Padre Trapè, fin dale sue prime esperienze di studio, aveva affrontato questo fondamentale e vitale spazio di esistenza per ogni agostiniano consapevole e responsabile della sua vocazione e missione culturale.
Nel 1939 si era brillantemente laureato alla Pontificia Università Gregoriana con una tesi sul capostipite e principale testimone della Scuola Teologica Agostiniana, Fra’ Egidio Romano, ben noto agli studiosi della scolastica e della cultura medievale. La tesi fu pubblicata nel 1942 con il titolo: Il concorso divino nel pensiero di Egidio Romano (Edizioni Agostiniane, Tolentino 1942).
Padre Trapè conosceva e ci ha insegnato con premura le grandi stagioni della Scuola Teologica Agostiniana, anzitutto quella medievale con Giacomo da Viterbo (+1308), Agostino d’Ancona (+1328), Alessandro da Sant’Elpidio (+1326), Bartolomeo da Urbino (+1350) fino a Tommaso da Strasburgo (+1357), Gregorio da Rimini (+1358). Questi pensatori e studiosi furono (insieme ai teologi francescani) in una posizione intellettuale che sfumavano da simpatia, a riserve o a chiara opposizione in alternativa alla scolastica di san Tommaso d’Aquino e dei primi teologi domenicani.
Successivamente, con una forte premura agostiniana di bloccare nella teologia ogni rifiorire di pelagianesimo, emergono ancora altri teologi agostiniani tra i quali è doveroso ricordare Agostino Favaroni da Roma (+1443) e Egidio da Viterbo (+1532).
All’epoca del Concilio di Trento il nutrito gruppo degli agostiniani è condotto da una figura di primo piano, sia per l’Ordine agostiniano che per lo stesso Concilio nel quale fu anche Segretario Generale, il celebre cardinale Girolamo Seripando (+1563) ben spalleggiato da gregari validi quali Agostino Moreschini (+1560), Aurelio da Rocca Contrada (l’odierna Arcevia, in Provincia di Ancona, patria del ben noto Angelo Rocca fondatore della Biblioteca Angelica di Roma) e da Mariano da Feltre, tutti cantori della Giustificazione che fu il grande tema del Concilio in risposta alle istanze della Riforma.
L’ultima stagione, in epoca moderna, fu quella dei nostri confratelli grandi patrologi del XVII e XIX secolo, da Cristiano Lupo (+1681) a Enrico Noris (+1704), dei teologi Lorenzo Berti (+1766), Fulgenzio Belelli (+1742), Giuseppe Bertieri (+1804), Michele Marcelli (+1804), oltre alcuni spagnoli e tedeschi, ai quali premeva di riproporre i più noti temi agostiniani allineandosi ai grandi maestri del passato come Egidio Romano, Gregorio da Rimini e lo stesso Girolamo Seripando.
Nel XX secolo i nostri studiosi che, in qualche modo riproponevano il prestigio della cultura dell’Ordine Agostiniano e la continuità della grande tradizione teologica li possiamo riconoscere anzitutto nel celebre e benemerito P. Antonio Casamassa (+1955) al quale si possono unire, anche se con caratteristiche e taglio diversi, il P. Nicola Concetti (+1941), certamente lo spagnolo, quasi naturalizzato italiano, P. David Gutierrez (+1992), grande conoscitore della storia agostiniana, studioso di grosso spessore e benemerito di ottime pubblicazioni.
Nel famoso Convento di Santo Spirito a Firenze vanno segnalati i continuatori dell’antica tradizione agostiniana toscana, portata avanti con grande impegno e onore, prima dal padre Giuseppe Balestri (+1939), dal P. Stanislao Bellandi (+1956) e poi, ultimamente dal P. Gino Ciolini (+2005 ) al quale si deve la ripresa dei “Convegni di Santo Spirito”.
Padre Trapè dice di se stesso. “Chi scrive si è formato agli studi teologici negli anni ’30, ha insegnato teologia negli anni ’40 e ’50 e la insegna ancora oggi negli anni ‘80… Mi sembra di essere restato l’unico rappresentante della tradizione teologica agostiniana e un veterano, anche se modesto, studioso della dottrina di Sant’Agostino… convinto che quella tradizione e questa dottrina ha qualcosa di utile da dire nelle tante questioni teologiche oggi discusse…” (C. Cremona p. 142). P. Trapè è stato sempre attento e fedele a questo patrimonio teologico e spirituale dell’Ordine e lo inculcava ai giovani sottolineando la continuità sostanziale tra Agostino e i teologi agostiniani. Una sua frase riassume bene, al proposito, l’acuta lettura storica della cultura agostiniana: “L’influsso dominante del vescovo di Ippona è gia chiaro in Egidio Romano, più forte in Gregorio da Rrimini, si fa quasi esclusivo in Girolamo Seripando, è riconoscibile, anzi spesso proclamata, nei teologi di Salamanca, sta a ragione del sistema nei teologi dei secoli seguenti” (A. Trapè, in: Augustinus Vitae Spiritualis Magister, II. p. 12).
Molti sono gli scritti che Padre Trapè ha dedicato alla tradizione teologica agostiniana e soprattutto molto si è adoperato perché in momenti decisivi, nei quali fu protagonista, si richiamasse l’Ordine, e soprattutto si invogliassero i nuovi professi, a questo immenso patrimonio convinto che, senza la chiara e puntuale coscienza di questo valore, l’Ordine perderebbe la continuità e rischierebbe la sopravvivenza.
Ricordiamo alcuni documenti importanti: la Ratio studiorum Ordinis Eremitarum S. Augustini. Si tratta di un importante documento pubblicata dal Priore Generale P. Luciano Rubio nel 1961 ma nella quale aveva influito molto il padre Agostino Trapè (Ratio Studiorum Ordinis, 1961, p. 36). Il suo magistrale intervento al Congressus Escurialensis Studiorum OSA del 1969 dove, con l’autorità oltre che di studioso anche di Priore Generale, propose la famosa quadrilogia dell’agostiniano colto e cioè Studiositas, Religiositas, Ecclesialitas e Augustinianitas (Congressus Escurialensis 1969 pp. 9-14). Fedeltà dell’Ordine al carisma che gli è proprio. Lettera, evidentemente mirata, che come Priore Generale ha inviato a tutto l’Ordine nel 1971. Documento denso di cultura e di proposte di metodo; si è particolarmente diffuso sul tema, a lui tanto caro, del Carisma Teologico dell’Ordine agostiniano (Fedeltà dell’Ordine al carisma, pp. 6-8, 13-15).
E naturalmente le Constitutiones Ordinis Fratrum Sancti Augustini da lui emanate nel 1968, dopo il Capitolo Generale Speciale ordinato dal Concilio Ecumenico Vaticano Secondo per il rinnovamento degli Istituti Religiosi. In questo fondamentale documento dell’Ordine del secolo ventesimo si trova tutto l’animo agostiniano di Padre Trapè, come si può vedere, oltre che nelle premesse di ordine spirituale, soprattutto nel Capitolo VII della Parte Seconda “De scientiarum Cultura in Ordine” (Constitutiones O.S.A 1968).
Parimenti importanti sono e anche i vari interventi fatti, come Priore Generale, nelle solenni assise del Capitolo Generale Speciale di Villanova negli Stati Uniti d’America sempre nel 1968.
3. Padre Trapè e la “cultura agostiniana”
Questo è un settore particolarmente importante perché richiama tutto il prodotto, denso, vasto e articolato, della cultura promossa lungo la storia dell’Ordine Agostiniano.
Padre Trapè si è sentito profondamente agostiniano, sinceramente premurato per l’onore della Chiesa e dell’Ordine, lucidamente cosciente che la sua persona è stata più volte occasione di gloria per il suo amato Ordine. Quando c’era di mezzo questo onore non si tirava indietro anche se questo per lui voleva dire ulteriori fatiche (C. Cremona, p. 105); chi non lo conosceva poteva pensare che si trattasse di orgoglio o vanità, chi lo conosceva e lo ascoltava, sapeva che era tutto proteso al miglior bene del suo Ordine.
Dell’Ordine Agostiniano amava e conosceva la storia, la cultura e soprattutto la Scuola Teologica di cui lui è stato grande testimone dell’ultimo secolo, ne conosceva parimenti il patrimonio bibliografico, letterario e artistico.
Particolare interesse nutriva per il vasto patrimonio di santità con le conseguenti ricadute sui temi della spiritualità, del carisma, dell’arte specialmente iconografica e della devozione popolare. Questa sensibilità lo ha portato ad affermarsi anche come agiografo, apprezzato nello stile, documentato nell’apparato storico. Nella sua bibliografia si contano a decine le opere dedicate a questo settore guadagnandosi meritata fama soprattutto attraverso alcuni scritti come quelli dedicati alla biografia di S. Agostino, S. Monica, San Nicola da Tolentino e Santa Rita da Cascia. Godeva nel dedicarsi a far conoscere e rendero onore ai tanti grandi personaggi dell’Ordine, antichi e recenti, ma, all’occasione, parlava volentieri anche dei contemporanei profondendo gratitudine e ammirazione soprattutto ai suoi formatori.
Figlio della Provincia Agostiniana Picena di san Nicola da Tolentino, pur vivendo la maggior parte della sua vita fuori, nei conventi generalizi, ne conservò immensa gratitudine per le radici della sua vocazione e per la solida iniziale formazione avuta. Non perdeva occasione di venire nelle Marche, specialmente a Tolentino, per condividere con i suoi fratelli, che si onoravano moltissimo della sua presenza, le varie ricorrenze e i momenti più significativi.
Seguiva con particolare attenzione la storia dei diversi conventi e le vicende dei singoli confratelli, sempre sollecito a esprimere la sua premura e il suo interessamento con degli affettuosi biglietti di partecipazione, di augurio o semplicemente di saluto.
Incoraggiava a studiare, a scrivere e a pubblicare, dava indicazioni precise per quei luoghi agostiniani che riteneva testimoni di autentica tradizione e luoghi decisivi per la nostra presenza oggi.
4. Rilievi biografici
Quel che si è detto non sarebbe sufficiente e soprattutto non sarebbe giustificato se non lo collocassimo nella sua vicenda personale e dentro la più ampia storia agostiniana, ecclesiatica e civile. Padre Trapè era, e si sentiva, profondamente marchigiano, sempre contento di sottolineare e cantare le glorie, i meriti, le tradizioni della sua Regione di origine. Il suo humus era continuamente ben manifesto, mai rinnegato, sempre onorato.
La sua formazione umana, cristiana e culturale la sentiva ricevuta dal clima religioso della sua famiglia, dai vari confratelli succedutesi, lungo gli anni, nella sua Montegiorgio, dai frati della Provincia Picena, dove il tono di formazione, di cultura e di apostolato era sempre nel segno di San Nicola del quale fu devotissimo e ne indicava la preziosa e fondamentale presenza per tutti.
In una lettera del 1946, quando era Priore Provinciale della Provincia Picena il Padre Nicola Fusconi, il frate più benemerito della tradizione agostiniana picena e tolentinate, al quale scriveva per assicurarlo di aver presentato al P. Generale un memoriale da lui stesso stilato riguardante San Nicola, aggiungeva queste toccanti parole: “… mi è costato parecchi giorni d’intenso lavoro, ma l’ho fatto con gioia per amore del nostro caro Santo, nella speranza di portare un granellino alla sua glorificazione. Con gioia , le confesso, ma anche con intima tristezza e per mancanza di documenti che mostrassero la sua intercessione a favore della Chiesa e per dover costatare che l’Ordine nostro ha perduto di vista il suo Santo, non lo considera più maestro e guida insostituibile per la conquista delle virtù religiose e sacerdotali e per questo sta pagando il fio della sua… apostasia. La parola è forte, ma m’è uscita e lasciamola lì. Se vogliamo riprendere il cammino dell’ascesa è urgente tornare a riconoscere in San Nicola la Stella dell’Ordine nostro”.
In quanto studioso e in quanto profondamente impregnato del carisma del suo Ordine Padre Agostino Trapè riconosceva di dovere molto della sua formazione culturale all’incontro con due personaggi ben caratterizzati, anche sa tra loro molto diversi, tanto nella personalità e quanto nel loro modo di onorare la sapienza.
Il primo lo ha trovato nel Convento di Tolentino, casa di studio e di formazione per i nuovi agostiniani, sede della Provincia Picena e Santuario di san Nicola: il padre Nicola Concetti, uomo non facile da definire o da collocare in categorie precise, ma certamente di grande valore, non solo come agostinologo e focoso polemista, ma anche per la sua austera testimonianza di vita e per la sua cultura.
L’altro lo ha incontrato a Roma. Il padre Antonio Casamassa, grande studioso di patristica e di Sant’Agostino, figlio della Provincia Agostiniana di Napoli. Un uomo singolare che però, per il suo rigore culturale, più che incoraggiare allo studio incuteva un senso di timore che facilitava la timidezza o l’insicurezza a chi si dedicava a tale genere di lavoro. Da questo uomo padre Trapè ha imparato la serietà della vocazione allo studio e il senso della responsabilità che il vero studioso ha di fronte alla Chiesa, alla società e all’Ordine.
Ma non si capirebbero alcuni aspetti della personalità di Padre Trapè e alcune sue sensibilità specifiche all’interno della sua vasta cultura agostiniana, se non si ricordasse che la sua prima formazione è avvenuta in una epoca nella quale gli agostiniani, salvo pochissime eccezzioni, si laureavano sui grandi maestri della Scuola Agostiniana. E fu tutto un gareggiare per far rifiorire personaggi fondamentali del nostro patrimonio carismatico e culturale quali anzitutto Egidio Romano, Gregorio da Rimini, Agostino Favaroni di Roma, Agostino Trionfo d’Ancona. Diversi nostri confratelli pubblicarono con successo il lavoro delle loro ricerche come lo stesso Trapè, il padre Biagio Ministeri, Gioele Schiavella, Gino Ciolini e il Gerolamo Trapè fratello di pdre Agostino…
Padre Trapè era molto legato alle sue radici, la sua famiglia anzitutto, la sua Montegiorgio dove tornava con tanto piacere cantando con accenti lirici la sua terra, la comunità agostiniana di Montegiorgio e i confratelli che lungo gli anni si sono succeduti, il primo seminario a Cartoceto, successivamente all’Abbadia di Fiastra e, soprattutto, Tolentino.
Ha vissuto le varie stagioni del Collegio Internazionale di Santa Monica, come studente, come docente e come superiore.
Nella formazione ha vissuto il clima dell’entusiamo per la continuità e il recupero della Scuola Teologica Agostiniana ai cui rappresentanti, come si è detto, quasi tutti in quei tempi dedicavano la loro tesi di laurea, come ha fatto lui stesso.
Ha servito la Chiesa rendendosi disponibile attraverso incombenze svolte presso la Curia Romana.
Ha vissuto con grande forza e determinazione il delicato momento di trapasso in seguito all’evento conciliare.
Ha prestato servizio alle diocesi italiane e all’episcopato, soprattutto attraverso lezioni magistrali, conferenze e la predicazione.
Come Priore Generale (1965-1971) ha traghettato l’Ordine nel momento, certamente complesso e difficile, del rinnovamento condensato nelle nuove Costituzioni da lui edite nel 1968.
Ha promosso le ben note attività culturale che oggi rappresentano l’onore del nostro Ordine nella Chiesa e nel mondo.
Padre Trapè ebbe la fortuna di avere vari e devoti collaboratori come segretari nelle sue varie branchie di attività amministrativa, culturale ed editoriale. È doveroso ricordarli perché senza di loro avrebbe avuto tempi più lunghi e più sofferti nella produzione delle tante sue iniziative. Credo che sia giusto, e lui stesso in questo momento lo farebbe con grande gratitudine, pensare a Orlando Ruffini, Gioele Schiavella che scelse anche come Segretario Generale dell’Ordine, Agostino Vita, soprattutto agli inizi della Missione in Perù delle Province Agostiniane d’Italia, e finalmente il fedelissimo Franco Monteverde senza il quale non ci sarebbe stata la continuità e il felice completamento dell’Opera Omnia di sant’Agostino in edizione bilingue.
Conclusione
Ritengo che non occorra rifarsi all’inizio del noto poema di Ugo Foscolo: “A grandi cose l’animo accendono le urne dei forti” per ricordare cose ovvie e cioè che i grandi uomini, anche dal sepolcro diffondono benefici influssi accendendo gli animi dei posteri.
Non dobbiamo fare un grande sforzo per dire che Padre Agostino Trapè vive.
Anche perché molti di noi vivono, spiritualmente e culturalmente, grazie a quello che hanno ricevuto da lui.
Questa giornata ci rende particolamente presente lui ma impegna tutti noi.
Lui ci ha preparati ad affrontare il suo futuro e il nostro oggi che in gran parte lui aveva previsto e, per certi aspetti, paventato.
Ho ben fisse nella mia memoria espressioni precise pronunciate in certe occasioni solenni che mostravano indizi inequivocabili di preoccupazione.
Ora tocca a noi. Ci corre il dovere di conoscerlo, capirlo e imitarlo; penso che possiamo anche pregarlo, certamente lui prega con noi e per noi.
Padre Trapè aveva un motto per il quale era diventato celebre: “Bisogna essere convinti per essere convincenti”.
La lezione è chiara per tutti: le nostre opere hanno la fecondità che nasce dalla qualità della nostra vita.
Oggi ci può essere senz’altro utile anche questa lezione del nostro personaggio.
Ne abbiamo approfondito l’agostinismo, ne è emersa anche l’agostinianità più genuina e attraente.
Soprattutto ora, che commemorandolo abbiamo percorso tutto il patrimonio della nostra cultura e del nostro carisma specifico, sentiamo il dovere di ovvia coerenza: onorarlo e ricordarlo ci deve impegnare a continuare nella nostra vita qualcosa della sua ricca e generosa esperienza.
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GIOELE SCHIAVELLA
Alcune note preliminari
Parlare della spiritualità di una persona è parlare del suo rapporto con Dio. Si tratta di un rapporto intimo, segreto, perché Dio, secondo la bell’espressione di s. Agostino è “intimior intimo meo”. Come può quindi essere decifrata e descritta da un estraneo?
Eppure nel caso del padre Agostino Trapè un tentativo si può fare, perché la sua spiritualità emerge dal suo tenore di vita e dal modo di pregare.
Ma che cosa s’intende e per spirito dell’uomo e per spiritualità?
S. Paolo, nella I lettera ai Tessalonicesi (5, 23) scrive: Il Dio della pace vi santifichi fino alla perfezione, e tutto quello che è vostro, spirito anima e corpo si conservi irreprensibile per la venuta del Signore nostro Gesù Cristo.
Lo spirito dell’uomo indica la parte più elevata comprendente il cuore e la mente, in quanto aperta all’influsso dello Spirito Santo, che san Paolo contrappone alla parte inferiore: la carne. “Quelli che vivono secondo la carne, scrive nella Lettera ai Romani, si preoccupano delle cose della carne, quelli invece che vivono secondo lo Spirito, delle cose dello Spirito. I desideri della carne portano alla morte, mentre i desideri dello Spirito portano alla vita e alla pace... poiché il desiderio della carne è inimicizia contro Dio (Rom 8, 5-7). La lotta tra il bene e il male si svolge anzitutto nell’intimo di ogni persona.
Spirituale secondo san Paolo, è la persona che agisce sotto la mozione e l’illuminazione dello Spirito Santo. Di queste cose noi parliamo, non con un linguaggio suggerito dalla sapienza umana, ma insegnato dallo Spirito, esprimendo cose spirituali in termini spirituali (I Cor 2,13). Si contrappone all’uomo psichico (animalis homo nella Volgata), che, scrive s. Paolo, non accetta le cose dello Spirito di Dio, perché per lui sono follia e non può conoscerle (1 Cor 3,1).
Lo Spirito del Signore abita e agisce nell’uomo spirituale, cosicché il suo pensiero è in sintonia con quello di Cristo, nel quale è inserito vitalmente (vite e tralci). Diventa principio interiore di vita e d’attività, in sostituzione della legge puramente esteriore “Non sono più io che vivo, Cristo vive in me”, esclama san Paolo.
L’unione con Cristo si ha attraverso la spiritualizzazione dell’essere umano: Se uno non ha lo spirito di Cristo, non gli appartiene e se Cristo è in voi, il vostro corpo è morto a causa del peccato, ma lo spirito è vita, a causa della giustificazione (Rm 8,10).
La parola: Spiritualità indica l’intero processo di crescita nella fede e nell’amore, sotto l’influsso dello Spirito Santo, che porta alla comunione con Dio.
L’unione con Dio trasforma la creatura: “Se uno non rinasce dall’alto, non può vedere il regno di Dio” diceva Gesù a Nicodemo, (Gv 3,3). Condizione previa e indispensabile per rinascere è quindi quella di morire a se stessi.
Richiede un profondo e continuo spogliamento interiore, che libera l’intelletto da ogni considerazione puramente umana, per familiarizzarlo con i valori e i criteri di Dio. Più uno si spoglia di sé, più cresce in lui il fascino per l’ineffabile mistero di Dio, che dona una conoscenza pura, spirituale, gioiosa e piena d’amore, che sazia l’anima. Ci hai fatti per te, o Signore, e il nostro cuore è inquieto, finché non riposa in te (Confessioni 1, 1). Quest’intima comunione con Dio conferisce all’uomo anche la forza di sopportare le prove più dure. Risana le ferite dell’orgoglio, dell’affermazione di sé, e rende il cuore puro e disponibile ad operare con retta intenzione.
Le fonti
Le fonti cui ha attinto padre Agostino Trapè per costruire la sua spiritualità, oltre alla sacra Scrittura e allo studio della teologia, provengono dalla sua scelta di vita religiosa agostiniana. Ne citiamo tre:
a) La dottrina di S Agostino che egli ha approfondito per tutta la vita, come pochi altri, con indefesso studio e grande amore.
b) La Regola agostiniana “Chi professa la regola agostiniana e l’osserva – scrivevapadre. Trapè – non può non berne la spiritualità che contiene, e farla propria (Spiritualità di Chiara). Alla base della Regola c’è la vita comune: i religiosi si riuniscono insieme nella “casa” per vivere in concordia ed avere un’anima sola e un sol cuore protesi verso Dio. Anima di quest’unione è la fede, la sua espressione è l’amore: la fede che onora nel fratello il tempio di Dio “ Onorate in voi, l’uno nell’altro, Dio, di cui siete fatti tempio; l’amore, che deve essere spirituale, non carnale, deve trionfare in tutto: su tutte le cose di cui si serve la passeggera necessità, si elevi l’unica che permane, la carità... ed è l’umiltà, unita alla carità, la chiave interpretativa di tutta la regola agostiniana.
c) La scuola di spiritualità agostiniana. Una scuola di spiritualità, notava p. Trapè, nasce non tanto dall’ inventiva d’un gran teologo, quanto dall’animo d’un gran santo. È il santo che sotto l’impulso della grazia crea un tipo nuovo d’esperienza religiosa e lo trasmette ai discepoli, provocando nella Chiesa un complesso e fecondo movimento di vita spirituale. Ciò nonostante la speculazione teologica ha una parte non secondaria nella scuola di spiritualità, in quanto offre ad essa, per lo meno, il fondamento teoretico e la giustificazione dottrinale. Per quanto riguarda la scuola agostiniana, p. Trapè ne evidenziava tre capisaldi: il primato della carità, il primato della grazia, il primato di Gesù Cristo che comprende un elemento di ordine interiore: la giustificazione, con la passione e morte e risurrezione di Cristo, un altro di ordine sociale: il primato del Papa.
La spiritualità si rileva dalla sua preghiera
Nel prezioso opuscolo: Signore insegnami, di cui, per brevità di tempo riportiamo un breve saggio, troviamo espresso quanto sin qui è stato rapidamente esposto sull’unione dell’anima con Dio, sul primato della carità, sulla vita comunitaria. È una raccolta di preghiere da lui composte quando non aveva più alcuna responsabilità di governo dell’Ordine agostiniano, e si andavano manifestando i primi sintomi del male che doveva portarlo alla tomba.
Le preghiere sono scritte con finezza psicologica, vi traspare un senso d’intimità, di quel calore che egli possedeva e riusciva a trasmettere. Sono impregnate d’umanità e rispecchiano la sua vita. Anzi, vita e preghiera si compenetrano: l’una è il riflesso dell’altra.
Altrove, in certe preghiere, c’è l’invocazione a Dio ma manca la presenza dell’uomo. Molti sono qui i riferimenti di vita vissuta, offerti con delicatezza, quasi con candore, a cominciare dalla semplicità e spontaneità con cui parla della sua mancata non nascita: Tu hai difeso la vita che mi avevi dato, fin dal seno materno, quando uomini dimentichi della tua legge avevano deciso di sopprimerla prima che vedesse la luce, sopprimerla, dicevano, per salvare quella pericolante di mia madre. Tu invece, Signore, che vegliavi paternamente su l’una e su l’altra, le hai salvate tutte e due... Grazie, Signore, tu sei la stessa misericordia e i tuoi giudizi sono ineffabili!
Mostra un vivo desiderio di conformarsi a Cristo nelle prove, affrontate con un’incrollabile fiducia nell’amore misericordioso del Padre: “Insegnami a pregare come hai pregato tu. Come hai pregato sul monte dove hai passato la notte “in oratione Dei” (Lc 6, 12), nel Getsemani dove hai implorato che ti fosse risparmiata la passione e non sei stato esaudito (Mt 26, 39), sulla croce dove ti sei lamentato dell’abbandono del Padre (Mt 27, 46). Insegnami a pregare con perseveranza soprattutto quando non mi ascolti, come tante volte hai fatto, come tante volte fai. Eppure, tu lo sai, la preghiera che il tuo Spirito m’infondeva e m’infonde nel cuore era ed è sincera, umile, accorata, fiduciosa. Perché, Signore, non mi ascolti? Ma neppure tu sei stato ascoltato dal Padre! Conferma in me la convinzione che le tue disposizioni sono sempre paterne anche quando sono occulte, paterne, anche quando sono dolorosamente misteriose. Tu sani, anche quando ferisci, sei vicino, anche quando sembri lontano, buono, anche quando ti mostri severo; tu che non turbi mai la pace dei tuoi figli se non per procurarne loro una più certa e più grande.
Chiede il sorriso, che non è un semplice gesto, ma una disposizione d’animo che riguarda tutto l’essere, non solo il viso. È il biglietto da visita dell’accoglienza, della pronta disponibilità nel donare. Insegnami il sorriso, questo dono prezioso e pur tanto raro che ogni uomo può dare all’altro se ha la pace nel cuore, verso coloro che mi sono vicini, verso quelli che mi fai incontrare.
Richiede un impegno di rilievo la vita comune con i confratelli: Insegnami a contribuire alla coesione della comunità in cui vivo con l’amore della pace e l’esempio della fraternità gioiosa e paziente, con la sopportazione e, quando sia possibile, la dissimulazione dei difetti altrui, lieto che gli altri sopportino e non tengano in conto i miei... Insegnami a lodare, a incoraggiare, a promuovere quanto di bene vedo fare intorno a me.
C’è anche un tranquillo, quasi patetico accenno alla legge del sorpasso, visto con dignità e con distacco: Insegnami a non rattristarmi che le nuove generazioni incalzando mi sospingano ai margini della strada, che mostrino di ignorare quanto ho potuto fare per tua grazia a beneficio comune o lo guardino con disinteresse e disistima (insegnami a trovare naturale che le iniziative da me cominciate vadano avanti senza di me e che coloro che le continuano non sappiano ormai chi le ha iniziate) e fanno volentieri a meno dell’opera mia... e, non soltanto a non rattristarmi ma a goderne, accettando volentieri la legge del sorpasso... Anch’io, sapendolo o no, volendolo o no, l’ho fatto pagare a quella generazione che mi ha preceduto quando pensai di far meglio di loro e non ne riconobbi abbastanza, forse, i sacrifici, i meriti, i pregi dei quali ho pur usufruito e goduto.
La malattia è accettata come una grazia, perché prepara “al passaggio all’altra sponda: Quando verranno le malattie foriere della morte - e sarà già un tuo dono se esse verranno e io ne riconoscerò la voce - insegnami ad accettarle come una grazia, come un annunzio del passaggio all’altra sponda dove tu sei ad attendermi, tu che sei giudice e salvatore, ma prima salvatore e poi giudice.
La morte è vista come l’incontro con Dio e con le persone che ha amato nel corso della vita: Insegnami, Signore, a vincere la naturale ripugnanza della morte e ad accoglierne l’annunzio, se mi concederai la grazia che imploro, di sentirlo e capirlo, con fortezza e serenità, dono del tuo Spirito, anzi con gioia, come l’annunzio di un incontro lungamente bramato, l’incontro con te, e in te e con te di tutti coloro che mi hanno amato e mi amano ed io ho amato e amo... Signore, ascoltami; insegnami a morire con questa grande speranza nel cuore; insegnami a morire bene, che è l’unica cosa importante per chi è nato. Amen, Amen!
C’è un solo rammarico: Insegnami ad avvicinarmi al termine della mia vicenda umana, così piccola e così breve, in punta di piedi, senza chiasso, né pretese, né rammarichi quando non sia quello di non aver fatto abbastanza la tua volontà e di non averti amato abbastanza; e non solo senza rammarico, ma anche con la gioia nel cuore, il sorriso sulla labbra, la benedizione sulle labbra e nel cuore.
Vorrei concludere con una breve riflessione: per tanti anni padre Agostino Trapè, attraverso l’insegnamento, numerose pubblicazioni e conferenze ha diffuso la dottrina di S. Agostino. Eletto Priore Generale dell’Ordine agostiniano con coraggiosa lungimiranza ha tracciato vie nuove per lo sviluppo del medesimo Ordine.
Ma è verso il tramonto della sua giornata terrena che ha lasciato la più preziosa testimonianza della sua vita, vissuta in comunione con Dio e con i confratelli, e sostenuta dalla fede, dalla speranza e dalla carità. È stata questa l’ultima lezione, forse la più efficace di un grande Maestro di vita spirituale.
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GIOVANNI BATTISTA DADDA
Il mio intervento vuol essere una testimonianza sulla figura, sulla persona di padre Agostino Trapè, basata su una conoscenza diretta durata 22 anni, motivata da una collaborazione per realizzare l’edizione italiana dell’Opera Omnia di Sant’Agostino. Proprio pensando a lui, mi si conferma la convinzione che il senso, lo spessore, la ricchezza del nostro cammino esistenziale sia segnato da un lato dal personale rapporto con Dio e dall’altro dalle relazioni significative che riusciamo a stabilire con le persone che incrociano il nostro tragitto di vita. È una convinzione radicata che ogni individuo che ci sfiora, che ci passa accanto, non avviene “per caso”. Nel piano della Provvidenza è un’opportunità unica - data la brevità del nostro vivere ed il numero limitato di incontri - per “esser un dono” e per ricevere “un dono”.
L’incontro con padre Agostino Trapè è stato un fatto che ha avuto un grande significato nella mia vita e che anche ora, dopo venti anni dalla sua scomparsa, avverto come un dono grande, con una preziosa e viva eredità.
I primi incontri con lui risalgono ai primi mesi del 1965; c’erano da stabilire le modalità che, sintetizzate in un contratto di coedizione, avrebbero regolato l’accordo tra la Nuova Biblioteca Agostiniana e l’Editrice Città Nuova per iniziare l’edizione bilingue di tutte le Opera di Sant’Agostino.
Si trattava di una iniziativa editoriale molto impegnativa, tra le più grandi e significative nell’Italia del XX° secolo. Bisognava unire le forze di due soggetti che avevano sognato, separatamente, di realizzare un simile progetto.
Padre Trapè era considerato, allora, lo studioso più qualificato di sant’Agostino. Aveva iniziato a farlo conoscere e amare a generazioni di studenti già dal 1939 presso il Collegio internazionale di Santa Monica; ne fece poi per anni oggetto di appassionate lezioni presso l’Università Lateranense, alla Università Gregoriana e, successivamente nell’Istituto Patristico Augustinianum da lui stesso fondato. Fu Preside, per molti anni dei Corsi di Teologia per Laici nella Diocesi di Roma. Ha vissuto in prima persona la realtà del Concilio Vaticano II°: prima come Perito conciliare, poi come Padre conciliare. Date le sue qualità di studioso e di docente non poteva che esprimersi anche in una feconda attività di scrittore: volumi, studi, articoli di risonanza internazionale. Aveva già maturato un buon rapporto con l’editoria. Tra l’altro in Italia aveva diretto una collana di spiritualità presso l’Editrice Àncora; aveva curato, nel 1960, per la Bibliotheca Sanctorum la voce su Agostino che occupa 167 colonne del primo volume dell’Enciclopedia. Un prezioso approccio alla figura ed al pensiero di Agostino.
Nel 1954, in occasione del Congresso di Filosofia Agostiniana che radunò una grande numero di studiosi provenenti da molti Paesi, padre Trapè contribuì in modo significativo alla nascita della “Cattedra Agostiniana” ed alla “Nuova Biblioteca Agostiniana che si prefiggeva un progetto ambizioso: pubblicare l’Opera Omnia di Agostino, con il testo latino e la traduzione italiana a fronte. Questo progetto rimase tale per circa 10 anni.
Nel frattempo dall’estate del 1959 moveva i primi passi una nuova casa editrice: “Città Nuova”, espressione editoriale del Movimento dei Focolari. Dal 1960 in poi ho potuto partecipare direttamente alla sua crescita ed alle sue molteplici realizzazioni. Con le sue pubblicazioni mirava a promuovere il rinnovamento della vita cristiana attraverso il confronto con il Vangelo vissuto ‑ non solo meditato ‑ e focalizzava la centralità della carità, dell’unità, della comunione. C’era l’impulso di Chiara Lubich, la concretezza di Don Foresi, l’apporto di Igino Giordani. L’esigenza di rivivere, nel XX° secolo, la freschezza evangelica delle prime comunità cristiane, fece nascere il desiderio di far conoscere le opere, oltre che la vita, di coloro che furono l’anima e la guida di tali comunità, cioè i Padri della Chiesa. Nel clima preparatorio del Concilio Vaticano II°, Città Nuova iniziò a pubblicare le traduzioni di alcune opere di Giustino, Tertulliano, Cipriano e Girolamo. Un successo insperato ebbero alcuni commenti ai Vangeli da parte di alcuni Padri. Tra questi spiccava il successo del Commento di Agostino al Vangelo ed alla Prima Lettera di Giovanni. Si fece strada tra noi l’idea di tradurre altre opere di Agostino, magari tutte, anche per la particolare consonanza avvertita con il suo pensiero e la sua spiritualità. Però quali opere... ed a chi affidarne la cura?
Attraverso il direttore di allora della Libreria Àncora di Roma venimmo a sapere che padre Trapè aveva il progetto di fare l’Opera Omnia di Agostino e stava cercando l’Editrice con cui realizzarla. Dopo alcuni incontri si arrivò ad un accordo scritto nella primavera del 1965, che vedeva impegnata da un lato l’NBA col compito della direzione scientifica letteraria (introduzioni, traduzioni, note, indici), dall’altro Città Nuova col compito di gestire tutte le altre fasi editoriali (stampa, lancio pubblicitario, commercializzazione e amministrazione). Si decise di sostenere l’impegno economico in parti uguali: costi e ricavi da suddividere al 50% per ciascuno dei due coeditori. Si iniziò con molto entusiasmo, con la certezza che la Provvidenza ci avrebbe accompagnato nell’affrontare tutte le difficoltà che un tale progetto comportava.
Ricordo l’ansia di padre Trapè di far conoscere tutto sant’Agostino, a tutti e bene; in modo completo e non frammentario, aspetto questo che aveva favorito in passato non esatte interpretazioni del pensiero agostiniano.
L’iniziativa destò scalpore. C’era chi incoraggiava e chi mostrava scetticismo. Tante erano le iniziative rimaste incompiute. Questa prevedeva circa 40 volumi, 28.000 pagine, anni di lavoro ed un grande impegno economico.
Appena uscito il primo volume, Le Confessioni, tradotte da Carlo Carena, padre Trapè fu eletto Priore Generale dell’Ordine. Mi aveva assicurato che non ci sarebbe stato questo “pericolo”. Poco tempo dopo uno dei collaboratori più stretti, Mons. Michele Pellegrino, fu nominato arcivescovo di Torino. Fui preso dallo sconforto.
Corsi da padre Trapè: “Padre, con queste nomine non ci saranno più il tempo e l’energia per seguire l’Opera Omnia...”. “No, vedrà, tutto andrà avanti, meglio di prima...” fu la risposta.
Così avvenne. Nel frattempo Città Nuova costituì una rete di vendita diretta, di circa 20 rappresentanti che, in aggiunta alle vendite in libreria, iniziarono a visitare capillarmente tutte le Biblioteche in Italia, laiche e religiose, Istituti universitari, parrocchie, centri culturali, professori e studiosi interessati. L’accoglienza dei volumi fu superiore alle attese. Di ogni volume si stampavano 3.700 copie. Tiratura elevata per volumi così impegnativi. Con padre Trapè o con i vari curatori si fecero molte presentazioni dell’Opera in tante città d’Italia. Tema costante: “L’attualità di sant’Agostino”. In alcune università si adottarono alcuni testi, specialmente I dialoghi.
Dopo i primi 12-13 volumi pubblicati si notò, con sollievo, che i ricavi delle vendite incominciavano a compensare i costi di stampa dei volumi da pubblicare successivamente. Come ho già accennato altre volte, quando usciva un nuovo volume e lo portavo a padre Trapè, si ripeteva una scena toccante. Lo prendeva in mano, lo guardava, accarezzava la copertina, sfogliava qualche pagina, lo chiudeva, lo accarezzava di nuovo... C’era nei suoi occhi e sul suo viso un gioioso stupore, un po’ come ha un padre per un nuovo figlio nato. “Sarà contento Sant’Agostino – diceva - è un bel servizio alla Chiesa, alla cultura. Dobbiamo andare avanti in fretta.” Questa fretta nasceva dal suo desiderio di vedere conclusa l’edizione. Non riuscì. Quando nel giugno del 1987 partì per il Cielo, l’Opera Omnia era realizzata per il 50% circa. Ora, a 20 anni dalla sua scomparsa sappiamo che è stata completata: 62 tomi, per un totale di 47.700 pagine. Molti volumi sono stati ristampati, 17. Le copie vendute sono circa 186.000.
Alla NBA si è aggiunta, con altri criteri editoriali e per un pubblico più vasto, la Piccola Biblioteca Agostiniana, che ora conta 44 titoli, con 126.800 copie vendute. Anche di questa collana, più titoli sono stati ristampati: 16.
L’eredità di padre Trapè è stata presa, con passione e intelligenza da padre Remo Piccolomini e la continuità delle pubblicazioni è stata garantita dall’impegno silenzioso, costante, competente, pieno di attenzione e di amore, di padre Franco Monteverde. Anche con loro, cui va la nostra viva gratitudine, è continuato uno stile di collaborazione unica. In oltre 40 anni di lavoro comune, le difficoltà non ci hanno mai diviso, anzi hanno cementato il rapporto che è diventato “amicizia”, gioia di operare assieme, fraternità.
Vorrei dire ora qualcosa che mi ha legato a padre Trapè dal 1965 all’87. Anche dopo tanti anni, la sua figura di sacerdote intelligente e con il cuore grande, di religioso fedele alla Regola e per questo con grande libertà di spirito, di studioso che ha raggiunto la sapienza e che l’amore per essa trasmette, è in me viva. Ho sofferto molto quando ci ha lasciato. Perdevo un vero fratello maggiore, un testimone della fede, un maestro di vita.
Capitò soprattutto negli anni ‘70 ed inizio ‘80 di aver avuto con lui parecchie occasioni d’incontro. Aveva terminato il suo mandato di Generale dell’Ordine ed era più presente a Roma. Per fare il punto sull’andamento delle pubblicazioni, mi recavo spesso, la domenica pomeriggio, nel suo studio. Ricordo quello presso la Curia Generalizia, quello della Comunità agostiniana presso la chiesa di S. Anna, in Vaticano, poi quello presso la Comunità di S. Monica.
Era importante garantire una cadenza regolare all’uscita delle Opere, superando le difficoltà tipiche delle pubblicazioni impegnative in cui sono in gioco il rispetto dei tempi dei collaboratori, aspetti tecnici per la redazione, la stampa, il tempo più appropriato nell’anno per il lancio commerciale di un titolo. Chiedeva anche informazioni su persone conosciute che lavoravano a Città Nuova. Una volta volle visitare in Tipografia gli stampatori che poi invitò a cena presso il refettorio degli Agostiniani; volle servire le portate di persona a tutti in segno di riconoscenza per l’impegno profuso da ciascuno.
Partendo da un’Opera di Agostino - di cui spesso citava brani a memoria - si sconfinava in considerazioni che riguardavano la Chiesa di quegli anni, le difficoltà del post-concilio, il rinnovamento della vita religiosa (ritorno alla Regola ed all’ispirazione dei fondatori), la crisi delle vocazioni, la trasformazione in senso internazionale della Curia Romana, la figura ed il ruolo del laicato, le attese di chi era fuori dalla Chiesa, ecc. Spesso c’erano squarci di vita personale di cui ho trovato eco nel fascicolo: “Signore, insegnami...”.
La realtà della Chiesa era un argomento frequente. Ne parlava come chi la conosceva, l’amava e la sapeva far amare. Nelle considerazioni aveva uno sguardo ampio, proprio di chi conosceva la ricchezza dottrinale del suo magistero e la sua capacità di misericordia, le tante “incursioni” dello Spirito Santo che, nei secoli, attraverso il carisma di tanti santi ha saputo rinnovarla, rievangelizzandola, a beneficio suo e della società civile delle varie epoche.
Il Concilio Vaticano II° si era concluso da pochi anni. Un Concilio che aveva attinto più di ogni altro alle sorgenti dei Padri della Chiesa. Agostino in particolare, era il Padre più citato. Il nuovo volto della Chiesa suscitava attese e speranze. Emergevano soprattutto le formulazioni di due Costituzioni: la “Lumen gentium” e la “Gaudium et spes”. Ci si chiedeva come far conoscere, attuare, vivere il Concilio, cosa che comportava un cambiamento di mentalità, un modo nuovo di “sentirsi Chiesa”, di essere cristiani in una società in rapida trasformazione. Si notava, come fosse importante, essenziale, una vita spirituale più profonda ed una interiorità nuova per tutti, non solo per i laici, e come il Vangelo andasse riscoperto, meditato e vissuto. Non tutto andava nel senso desiderato. Tra le difficoltà del post-Concilio c’erano la diminuzione delle vocazioni alla vita religiosa ed al sacerdozio ed un dibattito teologico non sempre condivisibile, vedi quello portato dalla “teologia della liberazione”. Si avvertiva poi una forte tendenza a dare una lettura sociologica al fatto religioso, al Vangelo ed alla stessa figura di Gesù. Nel mondo laico la cultura dominante era quella marxista e la psicoanalisi catturava l’interesse di molti e influiva sul modo di vivere e pensare dei giovani.
Marx e Freud erano i “progetti laici” con le ricette sicure per liberare l’uomo dalle sue necessità materiali e quelle per guarire le ferite dell’anima. Si trattava di due prospettive ingannevoli per le quali bisognava fare qualcosa. Anche le Università Pontificie non erano esenti dalla loro influenza. Informavo padre Trapè di quanto cercavamo di fare, nel nostro piccolo, come editrice Città Nuova, con alcune collane dedicate.
La psicoanalisi, rispetto al marxismo era una realtà, in un certo senso, più pericolosa e subdola. Freud ha dato un contributo geniale alla psicologia, con la scoperta dell’inconscio. La psicoanalisi la intendeva però come una terapia psicologica, non come una scienza esatta. Questa terapia, se condotta con insufficienza critica, può produrre qualche beneficio, può essere un raffinato esercizio introspettivo, può causare seri danni nel comportamento morale. Ne hanno pagato le conseguenze varie vocazioni religiose e l’unità di tante famiglie.
Tutto ciò comportava un nuovo impegno da parte dei cattolici in campo culturale, un impegno nell’insegnamento e nella catechesi.
Padre Trapè vedeva nella esperienza personale di Agostino, nella sua dottrina, nella spiritualità, nella figura di Pastore, un esempio attualissimo per le necessità della Chiesa.
Ricordo come valorizzava l’impegno di Agostino a creare fraternità nella comunità monastica, prima a Tagaste poi ad Ippona, come formasse la comunità cristiana cui si rivolgeva sia per salvare la sana dottrina, sia perché l’amore fosse l’anima ed il distintivo dei fedeli e generasse la comunione. Ecco, la Chiesa-comunione è venuta in luce con particolare insistenza. Senza comunione, non c’è comunità, non c’è testimonianza credibile, e molti aspetti del cristianesimo rischiano di esser pratiche vuote.
Da parte mia esprimevo la piena condivisione sull’attualità della “proposta agostiniana” e lo mettevo al corrente della mia esperienza di vita in uno dei nuovi Movimenti ecclesiali nati nella Chiesa, quello dei Focolari, dove era sottolineata la scelta di Dio come ideale di vita, Dio come Amore, l’importanza di animare l’agire e i rapporti con la carità, fino ad arrivare alla reciprocità, l’amore che si fa ascolto e che prepara al dialogo e che crea la comunione e fa crescere la comunità. “Ma voi siete agostiniani...” mi ripeteva spesso.
Tante volte si concludeva l’incontro con la speranza, la preghiera che la realtà trinitaria diventasse modello di vita nella Chiesa, nelle nostre comunità religiose, nelle famiglie e si auspicava che il soffio dello Spirito illuminasse le menti e riscaldasse i cuori perché la Chiesa fosse sempre più comunità viva, accogliente, dialogante..., quindi testimonianza del prezioso messaggio che il mondo attende.
Si toccavano molti altri temi, allora scottanti: la realtà della famiglia, “piccola chiesa”, la legge del divorzio, come rimediare alla solitudine di tanti sacerdoti bisognosi di più fraternità con i confratelli, il clima di violenza che si respirava soprattutto tra i giovani...
Si concludeva spesso con una constatazione: dipende molto da noi cristiani: se tutti fossimo testimoni coerenti e gioiosi del dono ricevuto col battesimo e fossimo più docili al soffio dello Spirito, il mondo sarebbe diverso.
Questo colloquio con padre Trapè, in altra forma, è sempre continuato in questi 20 anni.
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CLAUDIO GIULIODORI
Vescovo di Macerata
Un compagno di viaggio: padre Agostino Trapè
Nella mia mente il nome di padre Agostino Trapè era legato alla edizione bilingue dell’Opera Omnia di sant’Agostino. Pur non avendo avuto occasione di conoscerlo personalmente avevo per lui una grande ammirazione perché aveva rappresentato per me la via di accesso a sant’Agostino. Era stato un compagno di viaggio in grado di aiutarmi ad affrontare, senza perdermi, l’immensa opera del grande Padre della Chiesa.
Quando a pochi mesi dalla nomina a Vescovo di Macerata-Tolentino-Recanati-Cingoli-Treia, sono stato invitato a presiedere la Celebrazione Eucaristica e la cerimonia che ha accompagnato il trasferimento delle spoglie di padre Agostino Trapè dal Cimitero del Verano di Roma alla Basilica di San Nicola a Tolentino, luogo dove aveva iniziato la sua vita religiosa, è stato come se il Signore avesse voluto darmi la possibilità di manifestare quella gratitudine profonda che portavo nel cuore da tanti anni ma che non avevo mai avuto la possibilità di esprimere.
Non potrò più cancellare dal mio cuore l’intensità spirituale e la commozione provata quel 13 settembre 2007, mentre collocavamo la spoglie di padre Trapè all’interno della Basilica dove aveva mosso i suoi primi passi sulle orme di sant’Agostino, di cui è diventato insigne conoscitore, interprete e divulgatore, uno tra i più grandi che la storia abbia mai conosciuto. Se è vero che, come affermava Bernardo di Chartres nel XII secolo, «Siamo come nani sulle spalle dei giganti, sì che possiamo vedere più cose di loro e più lontane, non per l’acutezza della nostra vista, ma perché sostenuti e portati in alto dalla statura dei giganti», quando, come in questo caso, sulle spalle di un gigante qual è sant’Agostino sale un altro gigante come padre Trapè, ci troviamo di fronte ad un evento talmente straordinario che diventa difficile raccoglierne l’immensa fecondità intellettuale, spirituale ed ecclesiale.
Mentre le sue spoglie trovavano posto in quel sacrario di memoria e di vita agostiniana che è la Basilica di San Nicola, nel grande chiostro adiacente gli rendevano omaggio, come picchetto d’onore in grande uniforme, i numerosi volumi di quell’opera a cui aveva dedicato gran parte della sua vita e a cui, senza nulla togliere alle tante altre attività meritorie da lui svolte, resterà per sempre legato il suo nome. Mentre ringraziamo il Signore per lo straordinario dono fatto all’Ordine agostiniano e a tutta la Chiesa di una figura così significativa, che fa onore alla nostra terra marchigiana, proviamo anche un po’ di nostalgia per non poter più godere direttamente della sua guida e della sua saggezza, in una stagione in cui, grazie al Santo Padre Benedetto XVI, il ricordo del Vescovo d’Ippona si fa più vivo ed attuale. Penso ai discorsi del Santo Padre a Pavia in occasione del Pellegrinaggio alla tomba del Santo il 22 aprile 2007 e alle quattro catechesi a lui dedicate in questi primi mesi del 2008.
Attraverso la guida di padre Trapè ho fatto anch’io esperienza di quanto affermato dal Santo Padre: “Quando leggo gli scritti di sant’Agostino non ho l’impressione che sia un uomo morto più o meno milleseicento anni fa, ma lo sento come un uomo di oggi: un amico, un contemporaneo che parla a me, parla a noi con la sua fede fresca e attuale. In sant’Agostino che parla a noi, parla a me nei suoi scritti, vediamo l’attualità permanente della sua fede; della fede che viene da Cristo, Verbo Eterno Incarnato, Figlio di Dio e Figlio dell’uomo. E possiamo vedere che questa fede non è di ieri, anche se predicata ieri; è sempre di oggi, perché realmente Cristo è ieri oggi e per sempre. Egli è la Via, la Verità e la Vita. Così sant’Agostino ci incoraggia ad affidarci a questo Cristo sempre vivo e a trovare così la strada della vita” (Benedetto XVI, Catechesi del 16 gennaio 2008).
A rendere così vicini e attuali, ancor oggi, gli scritti di Sant’Agostino, ha contribuito certamente anche padre Trapè con le sue opere.
Di questo siamo e resteremo per sempre grati.
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